Esistono film e film, ovviamente; ci sono quelli che meritano un'analisi approfondita e quelli che, avanti un altro, sono triti e ritriti.
Unbroken della regista Angelina Jolie è uno di quelli, ma solo se ci si ferma a una lettura superficiale. Sì, è la solita storia biografica di guerra e sacrifici. Sì, è come al solito tutto pompato e pecca di realismo. Sì, la morale viene ribadita fino allo stremo senza sottigliezze.
Ma c'è un ma. Perché Unbroken non è solo la classica epopea di un eroe puro e duro, che non si fa abbattere neanche dalle peggiori torture e sventa i piani dei giapponesi cattivi.
Unbroken è una storia di rispetto. Un rispetto talmente intenso da rasentare l'omosessualità tra il sergente Watanabe e il prigioniero Zamperini.
Ma chi è Louis Zamperini? Nato da una famiglia italiana, è un ragazzo scapestrato e insolente. Quello diverso che viene bullizzato dai coetanei. Grazie al fratello, però, riesce a credere in se stesso fino a diventare un atleta olimpico (emblematica la scena in cui vediamo Jesse Owens, l'atleta nero che ha vinto quattro medaglie d'oro nelle Olimpiadi del '36, in pieno nazismo) per poi arruolarsi durante la seconda guerra mondiale, naufragare ed essere catturato dai giapponesi.
E già nel naufragio la Jolie ci fa notare che pezzo d'uomo lui sia. Uno che rimane lucido, vigile e non si fa sopraffare dalla disperazione. Quasi una mamma che cura i suoi bambini. Niente di eccelso ma neanche troppo banale. Una parte dedicata alla sopravvivenza, all'uomo contro la natura.
Ma la Jolie ha la furbizia di impreziosire la scena con uno sprazzo d'umorismo; sdrammatizza quel tanto per non annoiare. E così assistiamo alla cattura di un pellicano che si è appollaiato sul gommone. Al crac grottesco del collo e alla prova di degustazione dei sopravvissuti, spezzata subito da un taglio di montaggio in cui i tre vomitano. Proviamo empatia per i personaggi proprio perché assistiamo sì al dolore, ma anche al ridicolo della situazione.
La Jolie predilige una rappresentazione geometrica, precisa e pulita. Mai sporca, neanche quando i prigionieri si imbrattano di sangue e melma.
Ma non è una piatta patinatura americana, dove gli attori sono sempre belli e pettinati. E' quasi una scelte estetica, una bruttezza epica. E' un film maschile, un'odissea, e i corpi degli uomini sono carichi d'erotismo bestiale, zozzi di carbone ma sempre lucidi e tonici.
Le qualità dell'uomo vengono messe in primo piano. Zamperini è virile, orgoglioso, non si fa abbattere da nulla. Il sergente Watanabe cerca di sopraffarlo in tutti i modi. Lo prende di mira, vuole spezzarlo. Ma lo rispetta, vorrebbe essere suo amico e, perché no, amante.
Soprattutto nella scena clou del film, già visibile nel trailer, dove sfida Zamperini a tenere sollevato sopra la testa un tronco per (credo) ore, ma questi non cede, non demorde, lo fissa dritto negli occhi e lo solleva a braccia tese, come un Hercole degli anni '40. E a Watanabe non rimane altro che picchiarlo, urlare frustrato, piangere, costretto a recitare un ruolo che lo porta a maltrattare il suo stesso animo.
Certo, questi significati però non sono poi così velati, perché la Jolie pecca di arroganza e sottovaluta il pubblico facendo interpretare Watanabe da Takamasa Ishihara, le cui fattezze femminee sono estremizzate dalle unghie lunghe e i continui ammiccamenti sì di rispetto, ma anche di voluttuosa curiosità, come se si facesse due domande sul proprio orientamento sessuale.
Che dire, se la Jolie fosse stata più sottile avrebbe confezionato un prodotto migliore, ma per lo meno si è concentrata di più sull'essere umano e meno sul patriottismo, differenziando Unbroken dalle solite produzioni americane.