domenica 1 febbraio 2015

UNBROKEN [RECENSIONE]

Esistono film e film, ovviamente; ci sono quelli che meritano un'analisi approfondita e quelli che, avanti un altro, sono triti e ritriti.
Unbroken della regista Angelina Jolie è uno di quelli, ma solo se ci si ferma a una lettura superficiale. Sì, è la solita storia biografica di guerra e sacrifici. Sì, è come al solito tutto pompato e pecca di realismo. Sì, la morale viene ribadita fino allo stremo senza sottigliezze.
Ma c'è un ma. Perché Unbroken non è solo la classica epopea di un eroe puro e duro, che non si fa abbattere neanche dalle peggiori torture e sventa i piani dei giapponesi cattivi.
Unbroken è una storia di rispetto. Un rispetto talmente intenso da rasentare l'omosessualità tra il sergente Watanabe e il prigioniero Zamperini.
Ma chi è Louis Zamperini? Nato da una famiglia italiana, è un ragazzo scapestrato e insolente. Quello diverso che viene bullizzato dai coetanei. Grazie al fratello, però, riesce a credere in se stesso fino a diventare un atleta olimpico (emblematica la scena in cui vediamo Jesse Owens, l'atleta nero che ha vinto quattro medaglie d'oro nelle Olimpiadi del '36, in pieno nazismo) per poi arruolarsi durante la seconda guerra mondiale, naufragare ed essere catturato dai giapponesi.
E già nel naufragio la Jolie ci fa notare che pezzo d'uomo lui sia. Uno che rimane lucido, vigile e non si fa sopraffare dalla disperazione. Quasi una mamma che cura i suoi bambini. Niente di eccelso ma neanche troppo banale. Una parte dedicata alla sopravvivenza, all'uomo contro la natura.
Ma la Jolie ha la furbizia di impreziosire la scena con uno sprazzo d'umorismo; sdrammatizza quel tanto per non annoiare. E così assistiamo alla cattura di un pellicano che si è appollaiato sul gommone. Al crac grottesco del collo e alla prova di degustazione dei sopravvissuti, spezzata subito da un taglio di montaggio in cui i tre vomitano. Proviamo empatia per i personaggi proprio perché assistiamo sì al dolore, ma anche al ridicolo della situazione.
La Jolie predilige una rappresentazione geometrica, precisa e pulita. Mai sporca, neanche quando i prigionieri si imbrattano di sangue e melma.
Ma non è una piatta patinatura americana, dove gli attori sono sempre belli e pettinati. E' quasi una scelte estetica, una bruttezza epica. E' un film maschile, un'odissea, e i corpi degli uomini sono carichi d'erotismo bestiale, zozzi di carbone ma sempre lucidi e tonici. 
Le qualità dell'uomo vengono messe in primo piano. Zamperini è virile, orgoglioso, non si fa abbattere da nulla. Il sergente Watanabe cerca di sopraffarlo in tutti i modi. Lo prende di mira, vuole spezzarlo. Ma lo rispetta, vorrebbe essere suo amico e, perché no, amante.
Soprattutto nella scena clou del film, già visibile nel trailer, dove sfida Zamperini a tenere sollevato sopra la testa un tronco per (credo) ore, ma questi non cede, non demorde, lo fissa dritto negli occhi e lo solleva a braccia tese, come un Hercole degli anni '40. E a Watanabe non rimane altro che picchiarlo, urlare frustrato, piangere, costretto a recitare un ruolo che lo porta a maltrattare il suo stesso animo.
Certo, questi significati però non sono poi così velati, perché la Jolie pecca di arroganza e sottovaluta il pubblico facendo interpretare Watanabe da Takamasa Ishihara, le cui fattezze femminee sono estremizzate dalle unghie lunghe e i continui ammiccamenti sì di rispetto, ma anche di voluttuosa curiosità, come se si facesse due domande sul proprio orientamento sessuale.
Che dire, se la Jolie fosse stata più sottile avrebbe confezionato un prodotto migliore, ma per lo meno si è concentrata di più sull'essere umano e meno sul patriottismo, differenziando Unbroken dalle solite produzioni americane.

lunedì 5 gennaio 2015

AMERICAN SNIPER - il patriottismo che fa incazzare.

Ci sono tre tipi di persone.
Le pecore, i lupi e i cani pastore.
Bandiere a stelle e strisce, bibbia al cuore, matrimonio e, perché no, due bei bambini basta che il primo sia maschietto.
American Sniper è tutto questo, ma non solo. Chi scrive è ateo, di sinistra e crede poco nella patria; perciò è difficile digerire questo piatto di retorica servito da un Clint Eastwood nei panni dello Zio Sam.
Il regista, ex idolo dal grilletto facile, è sempre stato repubblicano (tanto che alla convention del 2012 si è esibito in un monologo fingendo di intervistare un Obama interpretato da una sedia vuota), ma attraverso i suoi film ha dimostrato di possedere dei valori tendenzialmente opposti, come in Million Dollar Baby, dove giustifica l'uso dell'eutanasia, o in Gran Torino, in cui si schiera contro la discriminazione.
Dunque come mai questa "caduta"? Beh, perché Clint è sì repubblicano, ma un repubblicano di vecchio stampo. Dio, Patria, Famiglia, per citare il film. Sono valori esistenziali in cui crede veramente e, sebbene io non li condivida, non posso comunque condannare chi vuole esprimere i propri concetti attraverso il mezzo cinematografico.
La storia trattata è però molto, molto intensa. Perché vera. Basata sull'omonima autobiografia di Chris Kyle, narra per l'appunto del texano Navy SEAL (interpretato da Bradley Cooper - Il lato positivo; American Hustle)  divenuto famoso agli occhi di tutti per essere stato il cecchino più letale della storia militare degli Stati Uniti (con oltre 160 uccisioni e un'offerta irachena di 180.000 dollari per la sua uccisione).
Fede. Ecco da cosa è guidato Kyle. Una fede incondizionata per il suo paese, per la giustizia. No, non è vero. Una fede condizionata da suo padre, che fin da bambino lo porta a caccia, lo istruisce a  uccidere (animali, ovviamente) e gli impartisce delle decisive lezioni di vita: "nella vita puoi diventare Pecora, la vittima, Lupo, l'aggressore, o Cane pastore, chi difende il gregge", dice il padre con sagge parole. Poi mostra la cinghia ed esclama: "Se diventi lupo t'ammazzo a cinghiate".
Ecco, qui Kyle impara cosa è giusto e cosa è sbagliato. Tutto sotto l'occhio vigile di Clint Eastwood; di vecchia scuola, si vede, uno che lo schiaffone al figlio glielo tira anche, se serve a educarlo. Non è neanche un brutto messaggio. Le metafore sono belle. Ma il tutto è veicolato da un atteggiamento estraneo, vecchio, che il pubblico contemporaneo rigetta perché ha imparato che la violenza non può essere la migliore delle soluzioni (?).
L'autore di oggi avrebbe criticato il comportamento del padre. Avrebbe cercato un modo per smentirlo, magari nel finale. Ma Clint no. Attribuisce al padre delle connotazioni da eroe. Tant'è che poi non compare più, se ne va via con i suoi insegnamenti, che il figlio ingloba dentro di sé.
Dunque si fa condizionare. Nero o bianco. Non pensa più con la sua testa.
Ma sempre per un buon motivo.
Impara quindi che loro sono i buoni, e gli iracheni i cattivi, tanto che lo esprime anche in diverse battute.
Ma come prendersela con Clint? E' un conservatore, non una brutta persona. Sarebbe come prendersela... scusate se m'intrometto... con mia nonna che t'impone di essere cristiano perché Dio è amore.
Insomma, Clint è uno che la direzione la prende. E un applauso va al coraggio. Solo che nel film commette l'errore di non mettersi mai in dubbio. E le sicurezze sentimentali, nell'arte, non vanno mai troppo bene, specie quando la storia è vera, quando quei morti ci sono stati per davvero. Altrimenti dovremmo prendercela anche con Tarantino e Bastardi senza gloria, dove non discute sul valore della vendetta, ma che per lo meno ha l'intelligenza di utilizzare come cavia umana il cattivo per antonomasia (così nessuno s'incazza) e reinventare il contesto. (E chi critica Clint ma gioisce con Tarantino deve spiegarmi due cosette. La morte è morte. Anzi, Clint inserisce la salvaguardia della nazione. In Tarantino è vendetta d'intrattenimento. Che amo, vorrei specificare).
Clint è più interessato a dire cosa è giusto per lui. Chi non segue l'esempio di Kyle sbaglia. Uccide bambini, donne, uomini e non deve sentirsi in colpa. Forse è questa la cosa peggiore. Il fatto che Clint non solo giustifica l'omicidio... ma arriva addirittura a elevarlo, a togliergli ogni sentimento, come se la guerra fosse combattuta da dei robot. Hai ucciso un bambino, d'accordo. Ma questo non ti ha traumatizzato. Non deve. Dovevi ucciderlo. Era un bambino, ma pur sempre un assassino. Cioè no, quasi assassino, scusa, l'hai ammazzato prima che... Beh, hai fatto bene.
Anche Gesù approva.
Ed è giusto che il personaggio di Kyle ammazzi bambini e donne. E' la guerra, non voglio fare il finto tonto. Ha ucciso comunque persone in procinto di uccidere. O lui o loro. Ma è sempre questa scelta di non mettersi in dubbio, questa assoluta certezza che uccidere in guerra sia giusto, a dare fastidio. 
Kyle è giustificato da Dio a uccidere. Lo sa. Ne è convinto. Ed è giusto che lo sia. E' un personaggio, Cristo santo, ci sta tutto. E' coerente con la sua psicologia. Gli è stata impartita una sola via dal padre (altrimenti botte), vede solo bianco o nero. Dio, Patria, Famiglia. E' normale che semplificazioni come "buoni" o "cattivi" gli escano dalla bocca.
E' un bamboccione! Un eroe ma pur sempre un bamboccione.
Un novello Forrest Gump, ecco cos'è. Corri Forreeeest! Presente? Tu gli dici cosa fare e lui la fa. Solo che Forrest aveva dei problemi più... genetici...
Il fatto è che Clint ci crede. Crede in quei tre comandamenti ma dimentica che non sono un obbligo, bensì una scelta. Sarebbe stato bello se Kyle avesse mantenuto queste caratteristiche capendo alla fine che nella vita non possono esserci tutte queste certezze. O che fosse stato messo in scena come una sorta di stupido. Lo Stato vuole che tu uccida i cattivi. Corri! Go, go, go!!!
E invece no. Clint ci crede. E Kyle non avrà ripensamenti, ma solo affaticamento psicologico, un po' come Mosé quando Dio uccide tutti i primogeniti egiziani.
O roba così, non sono un bibbiologo, mi piace di più criticare.
Kyle va in guerra e torna a casa, va in guerra e torna a casa. La moglie lo vuole con sé ma lui non può, non può, c'è ancora così tanto da fare, deve tornare, deve sparare, lui è il più grande cecchino della storia! 
Anche quando è a casa sente elicotteri dappertutto, carri armati, ma non è un trauma post-bellico, paura, incubi... è stress da combattimento. E' paranoico, sì, vede pericoli ovunque. Ma perché non ha ancora finito. Vuole tornare laggiù. Per fortuna (o per sfortuna, visto l'epilogo) un dottore gli darà una piccola lezione di vita, quando alla domanda: "Ti penti per qualcosa che hai fatto?", Kyle affermerà: "No. Mi pento solo di non aver salvato abbastanza compagni".
O qualcosa del genere, non ho le citazioni a portata di mano.
Tanto sta che il dottore risponderà: "Se fai un giro negli ospedali vedrai molta gente che aspetta di essere salvata".
E quindi, in quella che ritengo la parte più significativa e meno sviluppata, Kyle capirà che potrà aiutare il prossimo restando a casa, utilizzando la sua fama a fin di bene, ridando la speranza ai reduci di guerra. 
Ma purtroppo, e qui si distacca dalla autobiografia, toccando la biografia, Kyle perderà la vita, ucciso al poligono di tiro da un reduce che soffre di disturbo post traumatico da stress.
Ucciso in patria da chi voleva salvare la patria.
E non dai cattivi.

Se solo Clint avesse sviluppato di più questi temi... se solo si fosse preoccupato delle cause della guerra, e non delle ragioni, se solo non avesse voluto dipingere un eroe, ma un essere umano, con i suoi valori e i suoi difetti... chissà, forse il film sarebbe stato qualcosa di più. Qualcosa che non mi avrebbe fatto dire: "E' bello ma..."
Se solo Clint avesse fatto capire, non a Kyle, perché si tratta di una autobiografia, e non credo che Kyle abbia "colpe artistiche", era un militare e rimane un militare... ma se solo Clint avesse fatto capire al pubblico che seguire un insegnamento paterno dettato dalla violenza è sbagliato; che uccidere, per quanto si è obbligati a farlo, non è giusto... chissà.
Per ora l'unico insegnamento che voglio dare io al film è che, per parafrasare Vittorio Arrigoni, dobbiamo restare umani.
O per lo meno provarci. 

giovedì 1 gennaio 2015

FARGO [RECENSIONE SENZA SPOILER]

Sai perché gli uomini vedono più sfumature di verde
rispetto agli altri colori?
Che ormai il futuro dei prodotti audiovisivi siano le serie tv è un fatto. Un altro fatto è però che la maggior parte di questi prodotti esagerano, partoriscono stagioni su stagioni e diventano la parodia di se stessi. Un chiaro esempio è Dexter, che dopo quattro stagioni intense arriva all'ottava deludendo perfino i fan più accaniti. Eppure il personaggio e l'idea di base erano molto interessanti e versatili. Un uomo costretto a nutrire il suo "passeggero oscuro", un assassino in perenne ricerca di nuove maschere sociali per non destare sospetti. Equilibrio, squilibrio, ancora equilibrio e squilibrio. Le basi c'erano tutte, cosa non ha funzionato? Forse la paura dei produttori nel non fare qualche passo in più, la speranza fittizia che il loro caro Dexter potesse essere una vacca da mungere all'infinito... realizzare stagioni su stagioni farà bene al portafogli, ma non tanto alla qualità dell'opera.
Ma non c'è niente di male nell'essere commerciali, l'importante è non venire meno ai principi di etica e morale artistica, e da qualche anno a questa parte si sta mirando sempre di più a quello che può rappresentare un vero punto di svolta: la serie antologica; ovvero quella serie televisiva dove ogni stagione è indipendente e hanno in comune tra loro solo il tema centrale.
Alcuni esempi recenti sono American Horror Story, le cui stagioni hanno in comune solo il tema dell'orrore (oltre al riciclaggio degli attori); oppure True Detective, che dopo una prima, grande stagione ne prevede una seconda sempre in tema poliziesco.
Adesso però è il turno di Fargo, già vincitrice dei Premi Emmy 2014, ispirato all'omonimo film dei fratelli Coen.
Fargo è l'ennesima prova di come il cinema si stia sempre più avvicinando alla televisione, molto più ricca di idee, ora come ora. Se True Detective aveva Matthew McConaughey, qui abbiamo Martin Freeman (Bilbo Baggins nello Hobbit e John Watson nella serie britannica Sherlock) nei panni di Lester Nygaard, un imbranato assicuratore senza successo.
E' il 2006 e Lester non se la sta passando bene. Tutto sembra ricordargli che razza di fallito lui sia. A lavoro, in famiglia, il fratello è meglio di lui e l'incontro con un ex bullo di scuola gli ricorda che baldracca sia stata in passato sua moglie. A causa di questo incontro Lester si fa (comicamente) male al naso e in ospedale farà la conoscenza di Lorne Malvo (Billy Bob Thornton, già presente nell'Uomo che non c'era dei Coen). Dopo una chiacchierata sull'incidente di Lester, Malvo gli porrà una semplice domanda, e questa domanda, parafrasando, sarà: vuoi che lo uccida? Sì o no?
Da qui, le vite tranquille delle cittadine di Bemidji e Duluth, Minnesota, cambieranno per sempre.

In un crescendo continuo, Fargo trova diverse similitudini con Breaking Bad, e ricorda che il tema sul cambiamento, sulla cattiveria interiore, è difficile a morire. Lester è un novello Walter White. Più imbranato e meno geniale, ma stanco di essere sbeffeggiato e voglioso di ribalta. Capirà che vuole di più e che merita di più. Ma come tutte queste storie insegnano, dopo un breve momento di empatia col protagonista, in cui finalmente lo vediamo rifarsi delle umiliazioni subite, si scopre che una volta essersi dati alla cupidigia è difficile porsi un limite. E che da vittime a carnefici, il passo è breve.

La regia di Fargo è maestosa, poetica e cruda. Sa quando dosarsi e quando dare il meglio di sé. Una scena in particolare ne è l'esempio. Quando vedremo Malvo fare una intera strage all'interno di un palazzo, ci stupiremo di come niente sia stato ripreso e come tutto sia mostrato. Riprendendo la facciata del palazzo e le sue finestre riflettenti, seguiamo senza vedere la carneficina di Malvo, gli spari e le imprecazioni. Appoggiamo l'orecchio al muro e immaginiamo cosa stia succedendo. E la curiosità dell'ignoto ci affascina e crea mondi più inquietanti di quanto possano fare i nostri occhi,
Ma Fargo non è esente da difetti.
La sceneggiatura, seppur presenta momenti alti, dà a volte l'impressione di essere una copia fin troppo sputata dei fratelli Coen. Per molti questo può essere banale, scontato; in fondo si ispira ai Coen, quindi che male c'è? Beh, una copia è pur sempre una copia, e l'effetto che hanno certi dialoghi in Fargo è: strani per essere strani, senza che il contesto li possa scusare (un esempio sono i due agenti dell'FBI, i cui dialoghi sono sempre sciocchi anche nelle situazioni più drammatiche).
Inoltre la serie tv elabora una strategia narrativa che a me, personalmente, ispira solo antipatia, cioè quelle delle coincidenze, che sebbene s'impasti insieme alla filosofia di base del racconto, è spesso abusata, una scappatoia senza impegno.
Certo, Fargo è ispirato ai Coen. E i Coen hanno già elaborato questa filosofia dell'assurdo. Ma loro sanno anche come renderla credibile. La serie tv vive di emulazione, di frasi enigmatiche, personaggi tra l'incredibile e il deficiente e di troppi, troppi richiami. Malvo è il riadattamento di Anton Chigurh in Non è un paese per vecchi. Molto più sadico del secondo, gli piace lanciare una moneta immaginaria sulle vite che gli appaiono davanti.
E dire sì o no.
Come se fosse possibile una scelta sola.
Per me rimarrà sempre sì e no.

Curiosità:


  • Come per il film, Fargo non è tratto da una storia vera come ogni episodio ci vuole invece ricordare. Per citare i Coen: «se il pubblico crede che una cosa sia basata su un evento reale, questo ti dà il permesso di fare cose che altrimenti la gente non potrebbe accettare».
  • La seconda stagione sarà ambientata nel 1979. E vedrà coinvolti i coniugi Ed e Peggy Blomquist.