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Ci sono tre tipi di persone.
Le pecore, i lupi e i cani pastore. |
Bandiere a stelle e strisce, bibbia al cuore, matrimonio e, perché no, due bei bambini basta che il primo sia maschietto.
American Sniper è tutto questo, ma non solo. Chi scrive è ateo, di sinistra e crede poco nella patria; perciò è difficile digerire questo piatto di retorica servito da un Clint Eastwood nei panni dello Zio Sam.

Il regista, ex idolo dal grilletto facile, è sempre stato repubblicano (tanto che alla convention del 2012 si è esibito in un monologo fingendo di intervistare un Obama interpretato da una
sedia vuota), ma attraverso i suoi film ha dimostrato di possedere dei valori tendenzialmente opposti, come in
Million Dollar Baby, dove giustifica l'uso dell'eutanasia, o in
Gran Torino, in cui si schiera contro la discriminazione.
Dunque come mai questa "caduta"? Beh, perché Clint è sì repubblicano, ma un repubblicano di vecchio stampo. Dio, Patria, Famiglia, per citare il film. Sono valori esistenziali in cui crede veramente e, sebbene io non li condivida, non posso comunque condannare chi vuole esprimere i propri concetti attraverso il mezzo cinematografico.
La storia trattata è però molto, molto intensa. Perché vera. Basata sull'omonima autobiografia di Chris Kyle, narra per l'appunto del texano Navy SEAL (interpretato da
Bradley Cooper -
Il lato positivo;
American Hustle) divenuto famoso agli occhi di tutti per essere stato il cecchino più letale della storia militare degli Stati Uniti (con oltre 160 uccisioni e un'offerta irachena di 180.000 dollari per la sua uccisione).
Fede. Ecco da cosa è guidato Kyle. Una fede incondizionata per il suo paese, per la giustizia. No, non è vero. Una fede condizionata da suo padre, che fin da bambino lo porta a caccia, lo istruisce a uccidere (animali, ovviamente) e gli impartisce delle decisive lezioni di vita: "nella vita puoi diventare Pecora, la vittima, Lupo, l'aggressore, o Cane pastore, chi difende il gregge", dice il padre con sagge parole. Poi mostra la cinghia ed esclama: "Se diventi lupo t'ammazzo a cinghiate".
Ecco, qui Kyle impara cosa è giusto e cosa è sbagliato. Tutto sotto l'occhio vigile di Clint Eastwood; di vecchia scuola, si vede, uno che lo schiaffone al figlio glielo tira anche, se serve a educarlo. Non è neanche un brutto messaggio. Le metafore sono belle. Ma il tutto è veicolato da un atteggiamento estraneo, vecchio, che il pubblico contemporaneo rigetta perché ha imparato che la violenza non può essere la migliore delle soluzioni (?).
L'autore di oggi avrebbe criticato il comportamento del padre. Avrebbe cercato un modo per smentirlo, magari nel finale. Ma Clint no. Attribuisce al padre delle connotazioni da eroe. Tant'è che poi non compare più, se ne va via con i suoi insegnamenti, che il figlio ingloba dentro di sé.
Dunque si fa condizionare. Nero o bianco. Non pensa più con la sua testa.
Ma sempre per un buon motivo.
Impara quindi che loro sono i buoni, e gli iracheni i cattivi, tanto che lo esprime anche in diverse battute.
Ma come prendersela con Clint? E' un conservatore, non una brutta persona. Sarebbe come prendersela... scusate se m'intrometto... con mia nonna che t'impone di essere cristiano perché Dio è amore.
Insomma, Clint è uno che la direzione la prende. E un applauso va al coraggio. Solo che nel film commette l'errore di non mettersi mai in dubbio. E le sicurezze sentimentali, nell'arte, non vanno mai troppo bene, specie quando la storia è vera, quando quei morti ci sono stati per davvero. Altrimenti dovremmo prendercela anche con Tarantino e Bastardi senza gloria, dove non discute sul valore della vendetta, ma che per lo meno ha l'intelligenza di utilizzare come cavia umana il cattivo per antonomasia (così nessuno s'incazza) e reinventare il contesto. (E chi critica Clint ma gioisce con Tarantino deve spiegarmi due cosette. La morte è morte. Anzi, Clint inserisce la salvaguardia della nazione. In Tarantino è vendetta d'intrattenimento. Che amo, vorrei specificare).
Clint è più interessato a dire cosa è giusto per lui. Chi non segue l'esempio di Kyle sbaglia. Uccide bambini, donne, uomini e non deve sentirsi in colpa. Forse è questa la cosa peggiore. Il fatto che Clint non solo giustifica l'omicidio... ma arriva addirittura a elevarlo, a togliergli ogni sentimento, come se la guerra fosse combattuta da dei robot. Hai ucciso un bambino, d'accordo. Ma questo non ti ha traumatizzato. Non deve. Dovevi ucciderlo. Era un bambino, ma pur sempre un assassino. Cioè no, quasi assassino, scusa, l'hai ammazzato prima che... Beh, hai fatto bene.
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| Anche Gesù approva. |
Ed è giusto che il personaggio di Kyle ammazzi bambini e donne. E' la guerra, non voglio fare il finto tonto. Ha ucciso comunque persone in procinto di uccidere. O lui o loro. Ma è sempre questa scelta di non mettersi in dubbio, questa assoluta certezza che uccidere in guerra sia giusto, a dare fastidio.
Kyle è giustificato da Dio a uccidere. Lo sa. Ne è convinto. Ed è giusto che lo sia. E' un personaggio, Cristo santo, ci sta tutto. E' coerente con la sua psicologia. Gli è stata impartita una sola via dal padre (altrimenti botte), vede solo bianco o nero. Dio, Patria, Famiglia. E' normale che semplificazioni come "buoni" o "cattivi" gli escano dalla bocca.
E' un bamboccione! Un eroe ma pur sempre un bamboccione.
Un novello Forrest Gump, ecco cos'è. Corri Forreeeest! Presente? Tu gli dici cosa fare e lui la fa. Solo che Forrest aveva dei problemi più... genetici...
Il fatto è che Clint ci crede. Crede in quei tre comandamenti ma dimentica che non sono un obbligo, bensì una scelta. Sarebbe stato bello se Kyle avesse mantenuto queste caratteristiche capendo alla fine che nella vita non possono esserci tutte queste certezze. O che fosse stato messo in scena come una sorta di stupido. Lo Stato vuole che tu uccida i cattivi. Corri! Go, go, go!!!
E invece no. Clint ci crede. E Kyle non avrà ripensamenti, ma solo affaticamento psicologico, un po' come Mosé quando Dio uccide tutti i primogeniti egiziani.
O roba così, non sono un bibbiologo, mi piace di più criticare.
Kyle va in guerra e torna a casa, va in guerra e torna a casa. La moglie lo vuole con sé ma lui non può, non può, c'è ancora così tanto da fare, deve tornare, deve sparare, lui è il più grande cecchino della storia!
Anche quando è a casa sente elicotteri dappertutto, carri armati, ma non è un trauma post-bellico, paura, incubi... è stress da combattimento. E' paranoico, sì, vede pericoli ovunque. Ma perché non ha ancora finito. Vuole tornare laggiù. Per fortuna (o per sfortuna, visto l'epilogo) un dottore gli darà una piccola lezione di vita, quando alla domanda: "Ti penti per qualcosa che hai fatto?", Kyle affermerà: "No. Mi pento solo di non aver salvato abbastanza compagni".
O qualcosa del genere, non ho le citazioni a portata di mano.
Tanto sta che il dottore risponderà: "Se fai un giro negli ospedali vedrai molta gente che aspetta di essere salvata".
E quindi, in quella che ritengo la parte più significativa e meno sviluppata, Kyle capirà che potrà aiutare il prossimo restando a casa, utilizzando la sua fama a fin di bene, ridando la speranza ai reduci di guerra.
Ma purtroppo, e qui si distacca dalla autobiografia, toccando la biografia, Kyle perderà la vita, ucciso al poligono di tiro da un reduce che soffre di disturbo post traumatico da stress.
Ucciso in patria da chi voleva salvare la patria.
E non dai cattivi.
Se solo Clint avesse sviluppato di più questi temi... se solo si fosse preoccupato delle cause della guerra, e non delle ragioni, se solo non avesse voluto dipingere un eroe, ma un essere umano, con i suoi valori e i suoi difetti... chissà, forse il film sarebbe stato qualcosa di più. Qualcosa che non mi avrebbe fatto dire: "E' bello ma..."
Se solo Clint avesse fatto capire, non a Kyle, perché si tratta di una autobiografia, e non credo che Kyle abbia "colpe artistiche", era un militare e rimane un militare... ma se solo Clint avesse fatto capire al pubblico che seguire un insegnamento paterno dettato dalla violenza è sbagliato; che uccidere, per quanto si è obbligati a farlo, non è giusto... chissà.
Per ora l'unico insegnamento che voglio dare io al film è che, per parafrasare Vittorio Arrigoni, dobbiamo restare umani.
O per lo meno provarci.